Che altro c’è? Appunti per una pedagogia della notte

Che altro c’è? Appunti per una pedagogia della notte

di Jessica Omizzolo

Cari lettori, adulti in educazione,
sono molto felice di inaugurare questa rubrica con un ossimoro.
Quando qualcosa nasce si dice «è venuto alla luce», io approdo qui, in questo luogo leggendario, nella penombra che ci avvia verso la notte.

C’è un libro di Bruno Munari, “Nella notte buia”, che si apre con pagine stampate con inchiostro blu scuro su carta nera: si sfoglia immergendosi nel buio, seguendo una piccolissima luce, avventurandosi verso incontri inediti, sotto l’erba del prato, nel fiume sotterraneo e nella grotta, attraversando i fori e i buchi presenti nelle pagine.
Ed eccomi qui a guidarci verso questo cammino, ponendo una domanda che la notte, si sa, apre d’abitudine “Che altro c’è?”
Questa domanda la si pone quando non si vede bene, quando le ombre ci impediscono di credere di sapere tutto o quando finalmente prendiamo consapevolezza di dover entrare in uno spazio di “inconosciuto” per comprendere meglio. È la domanda che vorrei ogni adulto in educazione si ponesse davanti ai comportamenti dei bambini, riuscendo ad andare oltre la superficie della pagina visibile, che la luce ci offre.

Una pedagogia che rinuncia al controllo
La notte è tutto ciò che lo sviluppo continua a fare mentre nessuno sta misurando, comparando, performando. Quella che vi propongo è una domanda scomoda da portare dentro una educazione ancora troppo spesso innamorata della prova, del prodotto, della recita finale: cosa riusciamo a vedere davvero del bambino smettendo di preordinare, omologare, ridurre lo sguardo sulla complessità?
La domanda che la notte apre è, in fondo, la domanda educativa per eccellenza: che altro c’è?

Non nel senso di ciò che ancora manca, ma nel senso più profondo: che altro abita dentro questa situazione, questo bambino, questa relazione, che io non ho ancora visto? Che altro mi sto perdendo perché sto guardando solo in superficie?
La notte è lo spazio che il giorno non riesce a colonizzare. Amplifica la realtà, la trasforma, la amplia rendendola più aperta e meno addomesticabile.
Ed è proprio per questo che spesso fa paura a chi educa: perché lì si deve necessariamente abdicare al “controllo su” cose e persone. Lì si è davanti alle proprie competenze di navigazione — preparazione, consapevolezza, solidità teorica, domande aperte. La notte ci impedisce di focalizzarci sul prodotto da mostrare e ci prende per mano dentro al viaggio della relazione con l’autenticità dell’altro.

La pedagogia della notte è, in questo senso, una pedagogia dell’ascolto portata al suo limite fisiologico: togli la vista e cosa resta di un adulto accanto a un bambino? Che altro c’è, in noi, quando smettiamo di vedere quello che cerchiamo? Rimane fidarsi dell’ascolto attivo, affidarsi all’altro e al suo disvelamento, resta la domanda aperta: «Cosa puoi dirmi che ancora non so?»

Il buio non è l’assenza di luce, è la presenza di qualcos’altro. (parafrasando R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta)1

A. C. Scardicchio, pedagogista che ha fatto del non-sapere una categoria epistemologica centrale, scrive che essere educatori richiede la capacità di «vedere di non vedere»2: riconoscere i propri punti ciechi come soglie da attraversare, non come errori. Il confine tra ciò che si conosce e ciò che si ignora è il luogo esatto in cui l’educazione comincia davvero.
Un adulto che sa stare nell’incertezza è un adulto che ha imparato a non chiudere prematuramente lo sguardo, preconfezionandone i confini, è un adulto in ascolto che attende di essere sorpreso ma soprattutto che attende di poter restituire al bambino una riflessione (intesa come rispecchiamento) complessa, stratificata che apre tante e diverse possibilità identitarie, che non limita ma favorisce, sostiene, mostra.
Un professionista in educazione che si affida alla progettazione dell’ambiente, delle possibilità in esso contenute, alla formazione continua in servizio, al confronto in equipe.
Un genitore che si affida alla solidità di un’educazione rispettosa non abdicante e incerta, che sa chiedere aiuto e interrogarsi, che rifiuta la violenza e lavora sulle proprie aspettative per lasciare spazio autentico all’emergere del bambino vero.
Esattamente come Pinocchio, sì.
– Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.
– Perché?
– Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono
burattini. 3

Adulti che trasformano l’inclinazione al “controllo su” in “controllo per”. Ossia un lavoro di decostruzione delle dinamiche di potere nella relazione educativa, che si allontana dal voler condurre il bambino verso una strada preordinata, e che si pone invece al servizio di un sentiero che è il bambino stesso a co-costruire, sostenuto, visto, libero. Ho detto libero sì.

Intendendo con questo termine: libero di esprimere e trovare sé stesso accompagnato da un adulto capace di aprire possibilità e non di limitarle.

«E la cena era ancora calda»

C’è un libro che sa bene cosa significhi questa postura: Nel paese dei mostri selvaggi.4
In una notte di emozioni contrastanti, la camera di un bambino diventa foresta, poi mare: lui salpa, diventa re dei mostri selvaggi, balla e si diverte con loro finché la nostalgia di casa non lo richiama indietro. Naviga “in lungo e largo, per mesi e mesi e dopo un anno o poco più” torna a casa, dove trova la cena ancora calda ad aspettarlo.
«e la cena era ancora calda»: per me è la frase più commovente e riassuntiva di cosa significhi essere un punto fermo per un bambino.
L’adulto, in questa storia, è interiorizzato — ecco perché il viaggio intimistico del bambino è possibile — e resta stabilmente presente: tanto che il bambino, al ritorno del suo viaggio, lo trova lì, presente con un gesto di cura, nonostante tutto. Nonostante la rabbia, la punizione (assai criticabile oggi), la distanza che si era creata.
L’adulto che serve è quello capace di restare, di sostare nella notte con la certezza, luminosa, interna, di essere saldo nell’affetto, nel rispetto, nella curiosità verso il bambino.

Holding: la tenuta che permette di andare

Winnicott ma anche Mahler5 scrivevano che il bambino, per potersi avventurare nella vita, deve poter fare esperienza di un holding, una tenuta interna fatta di fiducia nel caregiver, nella continuità della sua presenza anche quando non è visibile. Se ho ben interiorizzato la figura di riferimento, se sento di essere al sicuro, se mi fido dei miei ancoraggi, posso allora lasciarmi andare nel mondo, anche in quello delle ombre.
Questo è il cuore della postura del «Che altro c’è?» applicata alla presenza adulta: non è una tecnica di rassicurazione, né una forma di controllo. È la capacità di restare mentre il bambino attraversa un territorio che l’adulto non può vedere né raggiungere direttamente: la sua crescita. L’adulto non deve guidarlo nel viaggio: deve essere lì, certo e caldo, per accoglierlo al bisogno.
Ciò che conta non è anticipare o programmare il viaggio interiore del bambino, ma garantirne la condizione di possibilità: la presenza solida, uno sguardo aperto alle sfumature, il rispetto per le differenze.

La presenza che non denigra né minimizza

Quando un adulto sa esserci, restare al fianco del bambino, abitare con solidità la soglia e fungere da ancoraggio, quello che accade è che il bambino apprende fiducia nel suo percorso e certezza della vicinanza dell’adulto.
Questa presenza permette al bambino di sperimentarsi in modo autentico senza sentirsi costretto in etichette, sminuito, confrontato, ignorato. A volte questo sguardo salvifico è il primo che davvero riceve, inedito, in una vita travagliata.
Questo modo di esserci ha bisogno di un adulto centrato, regolato. Lo stato di sicurezza neurofisiologica è contagioso. Un adulto che ha lavorato sul proprio sistema nervoso, che conosce la propria finestra di tolleranza, che non porta tensione nel corpo, diventa letteralmente un ambiente sicuro per chi gli sta accanto. Prendersi cura dei propri stati interni non è un lusso per chi educa: è una competenza professionale.

Sostenere lo sviluppo identitario: la notte come spazio del Sé

Per i bambini, soprattutto quelli più grandi, gli spazi di penombra, dove il controllo si allenta, sono luoghi in cui si elabora l’identità: ci si immagina diversi, si esplorano ruoli, si gioca con le possibilità del Sé.
L’educazione che prende sul serio questo spazio è quella che sa interrogare — con leggerezza, senza invadere — cosa succede in quel territorio interiore, senza pretendere di renderlo trasparente o di portarlo sempre alla luce.
I bambini hanno un rapporto naturale con il non-sapere. Non lo vivono come minaccia: lo esplorano, lo abitano, ci costruiscono dentro mondi interi. La domanda «perché?» che pongono senza sosta non è una richiesta di risposta definitiva: è un’apertura, un gesto di curiosità verso ciò che ancora non si vede — anche dentro di sé.
Sono gli adulti, spesso, a insegnare loro — inconsapevolmente — che ogni spazio interiore va risolto, spiegato, riportato subito alla luce. Che l’incertezza vada colmata in fretta. Che ci si senta al sicuro solo quando si sa già tutto. Ogni transizione evolutiva, invece, porta con sé un suo margine d’ombra: ogni passaggio di crescita richiede di attraversare un territorio non ancora conosciuto, anche da chi lo abita.
E, non dimentichiamolo, è importante che ognuno possa abitare più forme identitarie, pur mantenendosi sé stesso e riconoscendosi. È in questa ampiezza di possibilità che possiamo crescere nelle sfide quotidiane, affrontandole di volta in volta con abiti diversi, formando il nostro costrutto identitario “antifragile” come direbbe Taleb6.

Suggestioni per chi educa

Non sono esercizi: sono sguardi e posture. Non è con metodi e attività che i bambini imparano a costruire un’identità solida — e gli adulti al loro fianco diventano efficaci proprio quando rinunciano al preconfezionato per offrire una presenza.

  • Lasciare le domande aperte. Quando un bambino fa una domanda su di sé, sui propri pensieri, su chi sta diventando, resistete all’impulso di rispondere in modo conclusivo. Restituite la domanda, esploratela insieme: «Cosa pensi tu?». Il non-sapere condiviso è più formativo di una risposta perfetta: dice al bambino che la sua ricerca di identità ha valore in sé, non solo come problema da risolvere.
  • Nominare senza neutralizzare. Di fronte a un’emozione intensa o a un’esplorazione di sé che disorienta, evitate di minimizzare. Provate piuttosto: «Hai sentito qualcosa di nuovo. Dimmi com’è». Nominare un vissuto significa riconoscerlo, dargli un posto, renderlo meno soverchiante, arginarlo dandogli nome e posto mentale. Si lavora con l’esperienza del bambino, non sopra di essa.
  • Garantire la cena calda. Qualunque sia il viaggio interiore che il bambino compie — un’esplorazione, un conflitto, una fantasia, una rabbia, un inedito modo di essere — ciò che lo rende sicuro non è l’assenza del viaggio, ma la certezza del ritorno.
    Mantenere stabili i gesti di cura, i rituali di accoglienza, la presenza emotivamente solida: sono il segnale concreto che, qualunque cosa accada nello spazio interiore del bambino, c’è un posto a cui tornare.
  • Permettersi di non sapere, ad alta voce. Per i genitori e per chi educa: mostrare ai bambini che anche gli adulti hanno i propri spazi d’ombra. Non per spaventarli, ma per testimoniare che il non-sapere è parte della vita di tutti, e che si può restare solidi anche dentro l’incertezza. Dire «non lo so ancora» è uno degli atti educativi più
    potenti che esistano: legittima nel bambino lo stesso diritto a non sapere ancora chi sta diventando.
  • Lasciare che le storie creino ponti. I racconti e gli albi illustrati che mettono in scena un viaggio e un ritorno — come quello del bambino che torna e trova la cena ancora calda — aprono a riflessioni e sensazioni profonde. Attenzione NON comprate albi pillola, allo scopo di impartire lezioni, ma albi di qualità per compiere viaggi
    interiori condivisi.

Abitare la domanda, non risolverla

Questo spazio interiore, per chi educa, è un esercizio quotidiano a tollerare ciò che non si vede, non si misura, non si esibisce — sapendo che la cena calda, l’ascolto, la base sicura, devono restare lì esercitando l’esserci. E chiedersi, ogni volta che il giorno pedagogico finisce, che altro c’è, che altro non so ancora di questo bambino che domani accoglierò?
Imparare a restare e ad aprirsi alle sfumature d’essere autentico di ognuno è forse il compito più silenzioso e più prezioso che ci sia — come adulti, come educatori, come genitori. E i bambini, ci ringrazieranno — non con le parole — di aver abitato la notte insieme a loro senza fretta di accendere la luce.

Un gioco per te adulto in educazione:

Prendi carta e penna, tranquillo nessuno li vedrà, e traccia la linea della tua vita fin qui, sì sì un po’ ondulata, frastagliata, con i suoi alti e bassi…poi posiziona una etichetta ad ogni momento epocale, bivio, fatica superata: chi c’era con te? Cosa ti ha permesso di scegliere e affrontare quell’attraversamento?

Ora fai uno sforzo e prova a pensare invece a cosa, in altre occasioni, ti ha ostacolato. Cosa ti ha reso difficile superare la fatica, affrontare una prova, attraversare un dolore. Quali voci interiori? Quali catene emotive?
Adulti presenti, o interiorizzati, che portiamo nella nostra vita, o solo in un pezzetto di essa, cambiano il modo in cui riusciamo ad andare “a caccia dell’orso”, non trovi?
Che adulto avresti voluto per il tuo bambino interiore?
E per quello che incontrerai domani?
Attento a non confondere le voci interiori con quella che puoi trovare tu, la tua, autentica, libera.

  1. Rilke, R. M. Lettere a un giovane poeta. Torino: Einaudi, 2011. ↩︎
  2. Scardicchio, A. C., Quel che conta non sa contare. Manifesto breve di Logica & Fantastica. Bari: Edizioni La
    Meridiana, 2017. ↩︎
  3. Collodi C., Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Firenze: Felice Paggi, 1883. ↩︎
  4. Sendak, M., Nel paese dei mostri selvaggi (A. Porta, Trad.). Milano: Babalibri, 1999 ↩︎
  5. Cfr. Winnicott, D. W. La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Roma: Armando, 1987
    Mahler M. S., Pine F., Bergman A., La nascita psicologica del bambino. Simbiosi e individuazione, Boringhieri,
    Torino, 1978 ↩︎
  6. Taleb, N. N. (2013). Antifragile. Prosperare nel disordine. Milano: Il Saggiatore ↩︎