di Violetta Tomassetti
Lucio ha paura del buio. Il buio, però, non ha paura di Lucio: abita la stessa casa, di solito relegato in cantina, mentre Lucio vive ai piani sopra. È una convivenza fatta di rispetto reciproco, quasi educato, finché una notte gli equilibri si rompono e il buio sale a trovare Lucio in camera sua.
Questo è il nodo più interessante dell’albo: la paura non viene negata né le viene tolta importanza. Viene, invece, personificata. Il buio non aggredisce, non spaventa gratuitamente: chiede a Lucio di seguirlo, fino in cantina, dove lo aspetta qualcosa che gli servirà. Viene rovesciata completamente l’idea comune per cui la paura si vince evitandola: qui la si attraversa, con una torcia in mano e passo dopo passo, e proprio in fondo a quel percorso si trova una risorsa. Un messaggio prezioso per chi lavora ogni giorno con i bambini piccoli: non è sano far finta che il buio non esista, ma accompagnare il bambino ad abitarlo.
Sul piano estetico, l’albo è altrettanto significativo, e merita di essere guardato non solo letto. Klassen lavora per sottrazione: intere pagine sono quasi completamente nere, e l’unico punto di luce è il cerchio della torcia di Lucio, che cattura lo sguardo del lettore. Non è solo una scelta illustrativa: è una scelta che mette in scena, visivamente, che cosa significhi muoversi nel buio: restringere il campo, fidarsi di un solo punto fermo, procedere per approssimazioni. La palette ridotta (nero, marrone, bianco, con un accento di giallo per la luce e di azzurro per il pigiama di Lucio) rinforza questa visione.
Per un adulto che legge ad alta voce, Il buio offre anche un’indicazione preziosa sul ritmo: il testo chiede di essere letto lentamente, con pause, lasciando che il silenzio delle pagine nere faccia il suo lavoro. È un esercizio, in fondo, anche per chi legge: restare nell’attesa senza avere fretta di accendere la luce.
La tentazione, con un albo così carico di significato, è di trasformarlo subito in un’occasione per “elaborare la paura del buio”. Resistete! Il buio funziona proprio perché lascia che sia l’immagine e il silenzio tra una pagina e l’altra a fare il lavoro. Anche la conversazione che segue dovrebbe muoversi nella stessa direzione.
Più che chiedere “Anche tu hai paura del buio?”, domanda che rischia di mettere il bambino sulla difensiva, quasi a doversi giustificare di averne, può essere più utile partire da un dettaglio concreto: “Cosa pensi ci fosse, in fondo a quel cassetto?”, oppure “Secondo te perché il buio voleva far vedere qualcosa a Lucio, invece di spaventarlo e basta?”. Sono domande che restano dentro la storia, e permettono al bambino di proiettare la propria esperienza senza doverla esplicitare apertamente.
Un altro spunto utile è tornare sulle immagini più che sul testo: chiedere di scegliere la pagina che è piaciuta di più, o quella che ha fatto più impressione, aiuta a far emergere vissuti che a parole sarebbero rimasti muti. Il buio, nell’albo, non viene mai nominato come “cattivo”: è un compagno di casa, anche se scomodo. Lasciare che sia il bambino, e non l’adulto, a decidere se quel compagno gli fa ancora paura senza doverlo dichiarare, è il modo più rispettoso di chiudere la lettura, senza pretendere una rassicurazione a tutti i costi, e senza nemmeno negarla, se il bambino la cerca.