La lettura come nascita del futuro
di Domenico D’Amico
Leggere insieme, non guardare.
Essere protagonisti, non spettatori passivi.
Posso essere queste le immagini introduttive di quanto si vuole dire qui di seguito.
Quando un bambino chiede un tablet o un telefonino, la risposta non deve essere sempre un divieto. La tecnologia fa parte della vita quotidiana: può servire per parlare con una persona lontana, cercare informazioni o vedere un contenuto scelto e discusso insieme, questa è una constatazione banale.
Ma per un bambino, soprattutto nei primi anni, non è indifferente come trascorre il proprio tempo: davanti a un flusso di immagini che scorre da solo, oppure dentro una storia letta con un adulto.
Leggere insieme una rivista illustrata come Il Leggendario, o più in generale un libro illustrato, non significa semplicemente togliere uno schermo. Significa offrire linguaggio, attenzione, immaginazione, relazione e sicurezza emotiva: risorse che possono accompagnare un figlio nello studio, nelle relazioni e nell’accesso alle opportunità future.
Non soltanto “meno schermo”
Non è scientificamente corretto sostenere che ogni tablet o telefonino produca automaticamente un danno neurologico. Le ricerche invitano piuttosto a considerare fattori concreti: l’età del bambino, il tempo di esposizione, il carattere passivo o interattivo del contenuto, la presenza di un adulto e ciò che lo schermo sostituisce—sonno, movimento, gioco libero, conversazione, lettura.
Le evidenze disponibili associano un uso precoce, prolungato, passivo e solitario degli schermi a maggiori rischi per linguaggio, attenzione, qualità del sonno e benessere socio-emotivo.
Una metanalisi pubblicata su JAMA Pediatrics ha rilevato che più esposizione agli schermi nei bambini piccoli è associata a competenze linguistiche inferiori; nello stesso tempo, contenuti di qualità e uso condiviso con un adulto si associano a esiti migliori.
Anche l’Organizzazione mondiale della sanità, spesso afflitta da entusiasmi tecnologici, indica che, sotto l’anno di età, l’uso sedentario degli schermi non è raccomandato; per i bambini fra 2 e 4 anni non dovrebbe superare un’ora quotidiana e “meno è meglio”. Ma la sua indicazione più costruttiva riguarda l’alternativa: quando un bambino è sedentario, sono incoraggiate «lettura e narrazione con un caregiver». La OMS ci ricorda, quindi, che non basta limitare il tempo: occorre riempirlo di esperienze che facciano crescere.
Il libro crea dialogo
Un libro illustrato non chiede soltanto di guardare passivamente, come fa lo schermo. Invita a parlare. L’adulto può fermarsi su una pagina e domandare: “Secondo te dove sta andando questo personaggio?”, “Che cosa vedi sullo sfondo?”, “Come credi che si senta?”, “Tu che cosa faresti?”. Il bambino può indicare, rispondere, cambiare idea, inventare una continuazione.
Il bambino soprattutto può sorprendere l’adulto, specie davanti a una storia silenziosa: fargli vedere cose che noi grandi non vediamo più per esempio, insegnandoci a entrare nel loro magnifico immaginario.
Questo dialogo è una forma semplice e potente di educazione linguistica, anche reciproca. La lettura condivisa mette in moto l’attenzione congiunta: adulto e bambino guardano lo stesso dettaglio, usano parole per descriverlo e costruiscono un significato comune. Una ricerca longitudinale ha rilevato che la quantità di letture libro-genitore nel tempo predice un vocabolario ricettivo più ricco, una migliore comprensione della lettura e una maggiore motivazione a leggere.
Non servono lezioni né interrogazioni. Anche dieci minuti al giorno, letti con curiosità e senza fretta, possono diventare un appuntamento prezioso.
L’American Academy of Pediatrics descrive la lettura condivisa come una pratica di genitorialità positiva che costruisce le basi per salute socio-emotiva, sviluppo cognitivo e linguistico, alfabetizzazione e relazione affettiva. L’invito dell’Accademia è iniziare persino dalla nascita. Molti genitori, naturalmente, lo fanno anche durante la gravidanza, abituando il feto al suono del racconto. Una magia.
Nati per Leggere: una scelta pubblica
In Italia, questa idea ha un nome e una rete: Nati per Leggere. Il programma, sviluppato dall’Associazione Culturale Pediatri, dall’Associazione Italiana Biblioteche e dal Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini, è attivo in tutte le regioni italiane e propone gratuitamente alle famiglie con figli fino a sei anni attività di lettura condivisa.
La sua intuizione è importante: leggere non è un’attività elitaria né un semplice passatempo. È un diritto culturale e relazionale dei bambini, e una risorsa di prevenzione educativa. Il programma parte dalla consapevolezza che i primi mille giorni e i primi anni di vita sono fondamentali per sviluppo intellettivo, linguistico, emotivo e relazionale, con conseguenze che si proiettano nell’età adulta.
Nati per Leggere non lascia sole le famiglie. Coinvolge pediatri, bibliotecari, educatori e volontari; organizza presìdi locali; forma chi legge ai bambini; mette a disposizione bibliografie aggiornate e selezioni ragionate di libri. Il suo Osservatorio editoriale valuta qualità narrativa, illustrazioni, tipografia, impaginazione e aspetti pedagogici; propone inoltre libri in italiano e in più lingue attraverso il progetto Mamma Lingua.
Questo modello offre un messaggio decisivo: l’accesso alle storie deve essere garantito a tutti. Un bambino non dovrebbe dipendere soltanto dalle possibilità economiche, culturali o di tempo della propria famiglia per incontrare libri belli, voci capaci di raccontare e luoghi accoglienti in cui leggere.
Riviste illustrate e attenzione profonda
Le immagini che scorrono su tablet e smartphone sono spesso costruite per catturare l’attenzione con cambi rapidi di scene, suoni, notifiche e riproduzione automatica.
Un libro o una rivista illustrata, invece, non scorrono da soli: una pagina resta aperta e permette di tornare indietro, osservare un dettaglio, seguire una traccia, immaginare ciò che non è scritto.
Questo tempo più lento è un esercizio di attenzione sostenuta, memoria, osservazione e immaginazione. Una revisione sistematica sull’attenzione infantile ha rilevato che molti studi associano maggiore tempo-schermo a risultati attentivi meno favorevoli, pur senza dimostrare in ogni caso un nesso causale diretto. La conclusione pratica non è la colpevolizzazione, ma la scelta consapevole di ambienti mediali che lascino spazio all’iniziativa mentale del bambino: ambienti dove i bambini crescono insieme, dove si confrontano con adulti che sono li con loro, per loro, presenti a se stessi: perché un altro grande dramma della contemporaneità è la non presenza degli adulti anche in quelle poche ore che passano con i propri figli. Sono scene che purtroppo vediamo tutti i giorni: genitori a loro volta assorti dagli schermi, che ignorano i piccoli e che sono infastiditi dalle loro richieste.
Un rivista o un albo illustrato possono diventare un ponte: tra bambino e genitore, tra casa e biblioteca, tra il piacere della lettura e la scoperta del mondo.
Le comunità (auto)educanti: il ruolo delle istituzioni
Affinché la lettura condivisa diventi davvero un’opportunità per tutti, occorre una comunità che la sostenga. Qui possono avere un ruolo decisivo le fondazioni, le biblioteche, i Comuni, le scuole, i servizi educativi e il terzo settore: nati per Leggere è un esempio scuola in questo senso, un sostegno concreto anche al settore dell’editoria illustrata di qualità, composto da tante piccole case editrici che si scontrano con mille difficoltà nella loro missione.
Un progetto territoriale efficace potrebbe offrire a ogni nuovo nato un piccolo kit di benvenuto: una rivista o un libro illustrato, una guida breve per i genitori, l’indicazione della biblioteca più vicina e il calendario delle letture pubbliche. Potrebbe inoltre raggiungere le famiglie che frequentano meno i servizi culturali, portando le storie nei consultori, nelle scuole dell’infanzia, nei centri di accoglienza e nei quartieri periferici. In questo senso le istituzioni pubbliche e private, lavorando assieme, potrebbe dare un grande contributo agendo da “moltiplicatori” di cultura per l’infanzia. Veri e propri investimenti nelle generazioni future.
Un capitale per il futuro
Leggere insieme non garantisce da solo il futuro di un bambino, e sarebbe ingannevole prometterlo.
Ma costruisce un capitale prezioso: parole per pensare e nominare le emozioni, capacità di ascoltare, fiducia nel fare domande, familiarità con i libri, curiosità verso ciò che non si conosce.
Un personaggio impaurito può aiutare a parlare della paura; una storia di amicizia insegna a riconoscere il punto di vista dell’altro; un’illustrazione complessa stimola a osservare, formulare ipotesi e discutere. In questi piccoli scambi, il bambino apprende che il mondo non è soltanto qualcosa da consumare con un tocco: è qualcosa da interrogare, raccontare e comprendere insieme.
Il magnifico libro di Dylan Hewitt, pubblicato in Italia dai tipi di Orecchio Acerbo, è paradigmatico in questo senso: il rapporto tra realtà e finzione, l’ironia per arrivare a concetti metafisici che per i bimbi sono spesso di più immediata elaborazione rispetto alle menti irrigidite dei grandi. Ci arrivano prima e ci spiazzano. Questo crea nuova realtà dentro una casa, dentro una classe, come lo squarcio di luce aperto da Fontana nella sua tela: dopo non si chiude più, e da lì partono nuove terre di pensiero da esplorare, dove il bimbo può chiedere e azzardare senza timidezze a rispondere, senza aver timore di proporre.
La scelta quotidiana non è dunque fra modernità e nostalgia. È fra un uso automatico della tecnologia e un uso umano del tempo, fra un rapporto mediato tra grandi e piccini, e un rapporto diretto fra generazioni che si passano gradatamente il testimone.
Giorgio Colli, magnifico filosofo italiano, propone una affascinante lettura dell’origine della filosofia greca, pensando a una saggezza perduta che i grandi filosofi greci che conosciamo e leggiamo hanno provato a mettere per iscritto, con enorme fatica e con risultati parziali, secondo lui. La saggezza cui egli fa riferimento era probabilmente nelle tradizioni orali, nei racconti, nell’ascolto reciproco, nei momenti di condivisione collettiva. Un enorme patrimonio collettivo, di cui tutti partecipavano, che è andato perduto, e di cui gli scritti a noi pervenuti sono solo pallidi e quasi insipidi stralci.
Come anche sembra emergere dagli ultimi studi antropologici per esempio del sempre rimpianto David Graeber, nel suo ultimo lavoro – con Wingrow – “l’alba di tutto”, dove l’antropologo inglese ci racconta dello stupore degli occidentali di fronte alla gigantesca saggezza dei nativi, contro cui nessuna argomentazione degli “eruditi” europei riusciva ad avere la meglio.
E se la luce, questa sorta di innata saggezza cui fanno cenno Colli e Graeber, fosse custodita dai bambini? E se fosse la liberazione di questa mite saggezza lo strumento di cui deve dotarsi l’umanità per ambire un futuro migliore? Mettere un libro illustrato, una rivista con una storia silenziosa , una poesia, un storia piena di ironia e idee al centro della routine familiare o scolastica significa offrire ai bambini una delle cose più importanti: l’esperienza di essere ascoltati mentre imparano ad ascoltare il mondo.