Le notti non sono tutte uguali

Le notti non sono tutte uguali

di Paolo Ragusa

Le notti non sono tutte uguali. Alcuni tratti le accomunano ma ciascuna conserva la propria singolarità. La notte non è solo un sezione di tempo, è condizione, è accadimento, è processo, è desiderio.

Le notti rimandano allo stazionare e al superare, alla fine e all’alba, al contingente e alle origini, al finalmente e al quanto ancora?
Poi c’è il notturno, ma sarebbe troppo.
Ho scelto alcune notti che svelano un’insolita pedagogia, quella della notte. Notti che testimoniano un umano attraversamento del vivere e del morire orientate dal coraggio, dal saperci fare, che richiedono l’abbandono dell’ingenuità che protegge le illusioni infantili, sapere essere disponibili a imparare dalla vita.
Saperci fare richiede esperienza e conoscenza di sé.
Non è facile, né semplice ma è possibile se si ha padronanza di se, se si è animati dalla vita che si desidera.

Una pedagogia che si fonda sulla tensione tra notte e giorno, tra luce e ombra, tra luminosità e buio, per imparare a stare nella separatezza, nell’attesa, nella trasformazione.

La notte lunga

“Aurora dalle rosee dita sarebbe spuntata che ancora piangevano, se la dea glaucopide Atena non avesse pensato altre cose: fece lunga alla fine la notte, trattenne Aurora dall’aureo trono vicino all’Oceano, non le fece aggiogare i cavalli dai piedi veloci che portano agli uomini il giorno, Lampo e Fetonte, i puledri che portano aurora.”

Siamo nell’Odissea di Omero nel XXIII libro, il penultimo, Odisseo e la consorte Penelope si sono ritrovati dopo venti anni. Hanno bisogno di rinnovare il patto di fiducia, di incontrare l’intimità e di ragguagliarsi reciprocamente sul tempo trascorso nella distanza.

“Quando quei due si saziarono con l’amore desiderato, godettero ai loro racconti, narrando l’un l’altra […] tutto narrava. E lei gioiva a sentirlo, e non le cadeva sulle palpebre il sonno, prima che ebbe narrato tutto.”

Una notte archetipica, che si sostanzia di parole e di corpi, di passato e presente, di progetti ancora da portare avanti. Una notte di chiarezza, di conflitti che permettono di riallinearsi, di incontrarsi ancora.

La notte della disperazione

“Cacciate la disperazione e la morte si terrà lontana”
Così il polacco, nel capitolo 3 de La notte di Elie Wiesel, si rivolge ai deportati, suoi compagni a Birkenau, per mantenere accesa la possibilità di vivere quando tutto sembra rimandare alla morte. Anche il giovane Eliezer ascolta queste parole, cerca lo sguardo del padre, e continua la sua lotta per rimanere in vita: non fermarsi, mangiare quello viene distribuito, non stendersi sulla neve.
“Si moriva perché si doveva morire. La morte in ogni momento si poteva abbattere su di noi.”
La condizione dell’umano che sa che “si muore” si misura con “si deve morire” come determinazione, intenzione che altri esercitano per rispondere ad un progetto. Ciò che è insondabile, integrato e parte del vivere è portato alla ribalta come prioritario, ossessivo destino. In qualche modo si è già morti anche se si è ancora nella vita.
“Cercai di capire chi era vivo e chi era morto ma non c’era alcuna differenza.”
Questo costata disperatamente il giovane Eliezer mentre cerca il padre tra altri uomini distesi sulla neve. Questa notte non si può temere la morte, essa incombe costantemente, occupa ogni spazio della vita e del pensare.

Per poterla temere bisognerebbe che si nascondesse di tanto in tanto.
Un gioco, quello del nascondino, che conosciamo bene sin da bambini e che ci permette di allontanare e rendere presente ciò che desideriamo scoprire: per potere amare la vita è necessario poterla temere, dimenticarsene di tanto in tanto. È la notte della disperazione, senza un dio di cui fidarsi e a cui affidarsi, senza la luce del desiderio e la possibilità del vuoto, la morte occupa tutto. Il giovane Eliezer vede e continuerà a vedere il suo scheletro riflesso allo specchio.
Non si può guardare la morte a lungo, ossessionati, senza senso: come guardare il sole fissamente per cercare la luce.

La notte della perdita

“È difficile non irritarsi con quelli che dicono: la morte non esiste, oppure: la morte non ha importanza. La morte esiste. E tutto ciò che esiste ha importanza. E tutto tutto ciò che accade ha conseguenze ed è, come queste, irrevocabile e irreversibile. Tanto varrebbe dire che la nascita non ha importanza. Alzo gli occhi al cielo notturno. Vi è qualcosa di più certo del fatto che in tutte quelle vastità di tempi e di spazi, se mi fosse dato di cercare, non troverei mai il tuo viso, la tua voce, il tocco della tua mano?”

Cercare e non trovare: chi manca è perso per sempre, chi cerca perde altrettanto parti di sé. Il cielo notturno è un’illusione. La luna, le stelle, le nuvole ingannano, colpevoli di nostalgia, di stabilità, di eterno.
La rabbia del prof. Lewis, in Diario di un dolore, per la perdita della moglie incontra il silenzio, l’assenza, sé inatteso, abbandonato.
La perdita è non essere più atteso. Non serve correre a casa perché attesi. Si procede lentamente sperando che qualcosa accada, che la cicatrice si chiuda, che la memoria generi nostalgia, desiderio nuovo. Ma, poi…
“Stanotte si sono riaperti gli abissi infernali del dolore, fresco come nei primi tempi: le parole folli, le proteste rabbiose, i sobbalzi dello stomaco, l’irrealtà da incubo, l’orgia di lacrime.”

La notte della trasformazione

La notte che trasforma taglia, riordina, ribalta, schiude alla ripartenza, sovverte. È nella notte dei sogni che troviamo il materiale più «ricco di sovversione», di rottura dell’ordinario: il linguaggio onirico è infatti assolutamente soggettivo, sfugge alle generalizzazioni; in esso le immagini si accostano secondo criteri spontanei e non artefatti, seguendo un principio di assoluta creatività. È proprio questo il meccanismo che agisce il nostro inconscio: aperto alle libere associazioni e ai capovolgimenti più arditi. Sovverte la nostra vita diurna, anche quando non ne siamo consci.
La consapevolezza e l’intenzionalità abitano in un’altra parte di noi, quella più strutturata, più interessata all’adattamento e al conformismo che alla sovversione. Nei sogni possiamo sperimentare un ribaltamento della realtà, vige un codice che consente qualunque cosa, anche sbagliare. Qui ci è permesso ciò che nel vivere, nel pensare, nell’agire ordinario, quotidiano non possiamo o non ci concediamo di fare. Il sogno ci concede di sfuggire alla normatività, all’imperativo di essere sempre conformi alla regola. Possiamo distinguere, come ci ricorda Alberto Olivero, tra sogni «di comodità, in cui il desiderio è concreto e palese, e i sogni in cui l’oggetto è mascherato dalla censura onirica […]. D’altronde, ci sono desideri che proviamo senza sapere di averli, desideri inconsci, opachi alla ragione, e desideri mascherati che non prendiamo in considerazione o ci rifiutiamo di analizzare, perché suscitano un senso di vergogna, perché comportano paure inaffrontabili o, più semplicemente perché sono in contrasto con l’immagine che abbiamo di noi stessi, l’immagine che ci siamo dati e che ha una sua dimensione pubblica».1
La notte trasforma quando lascia un’eredità nuova, un giorno inedito.

  1. Alberto Oliverio, La vita nascosta del cervello, Giunti, Firenze 2009, p. 80. ↩︎