di Chiara Lepri
Che cosa accade nella nostra casa quando cala la notte? In apparenza, nulla. I mobili restano al loro posto, le porte continuano a separare una stanza dall’altra, il corridoio conserva la stessa lunghezza, gli oggetti stazionano dove li abbiamo lasciati. Eppure, basta che si spengano le luci perché tutto appaia diverso. Una sedia assume un profilo inatteso, dal cappotto appeso un tipo losco pare osservarti, uno scricchiolio annuncia un movimento.
L’ambiente più conosciuto diventa, per qualche ora, misterioso.
I bambini lo sanno bene.
La notte non è soltanto il tempo del sonno, ma anche quello in cui la realtà sembra perdere la propria consistenza abituale e aprirsi a incredibili possibilità. Nel buio le camerette si popolano di ombre, gli armadi nascondono strane creature, gli oggetti si animano. Si tratta di fantasie, ma non solo: in quelle presenze si sostanziano desideri, inquietudini, moti immaginativi.
La letteratura per l’infanzia da sempre ha intercettato questo topos, talvolta con esiti davvero sorprendenti soprattutto sul piano verbo visuale.
Basti pensare a un grande classico come Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak (Emme Edizioni, 1981; Babalibri, 1999; Adelphi, 20181), un albo che ha fatto scuola nel dare luogo alla rappresentazione del mondo interiore infantile. La storia è nota: Max viene spedito a letto senza cena dopo averne combinate di tutti i colori, ma la rabbia e l’energia sprigionati tra le quattro mura mutano le pareti in una foresta, quindi compare il mare e una barchetta traghetta il bambino in un luogo dove vivono creature spaventose.
Max le affronta, ne diventa il re, poi, però, desidera tornare dove qualcuno lo ama più di ogni altra cosa al mondo. Al
suo rientro la stanza ha ripreso le forme consuete e la cena lo aspetta. È ancora calda.
Molti anni più tardi, anche Mireille d’Allancé compie un’operazione simile: nell’albo Che rabbia! (Babalibri, 2000) la collera di Roberto assume le sembianze di un enorme mostro rosso. Il mostro cresce sempre più, inizia a scaraventare i giocattoli distruggendo ciò che incontra, finché il bambino, spaventato, riesce a ridimensionarlo sino a spingerlo in una scatola. L’efficace personificazione della rabbia permette al protagonista – e ai lettori – di attribuire una forma a un’emozione incontenibile, guardarla, affrontarla e infine governarla.
In Papà! di Philippe Corentin (Babalibri, 1999), invece, un bambino e un piccolo mostro si spaventano reciprocamente, ciascuno convinto che l’intruso sia l’altro. Il rovesciamento dei punti di vista introduce un elemento di relatività: chi è il mostro? Chi occupa il proprio letto e chi vi è comparso abusivamente? Il doppio registro, serio e ludico insieme, produce disorientamento, ma anche un sorriso. È, questa, una strategia ricorrente negli albi illustrati dei nostri giorni: il pauroso viene demistificato, la creatura mostruosa da minacciosa si fa grottesca e l’ironia interviene a sdrammatizzare e rassicurare.
Qualcosa di simile avviene in Una strana creatura nel mio armadio di Mercer Mayer (Kalandraka, 2015). È notte e il piccolo protagonista decide di affrontare la cosa spaventosa che vive nella propria camera. Quando finalmente compare, tuttavia, la creatura si rivela assai meno temibile del previsto: è anch’essa intimorita, piange e ha bisogno di essere consolata. Il confronto con ciò che è sconosciuto conduce così a un capovolgimento: il bambino, inizialmente esposto alla paura, si fa coraggioso e diviene colui che accoglie e protegge.
In Gorilla di Anthony Browne (Orecchio Acerbo, 2017), l’apparizione notturna di un grande primate trasforma invece la stanza di Anna nell’inizio di una sbalorditiva avventura. Il gorilla esce dal libro ricevuto in dono e accompagna la bambina allo zoo, al cinema, a ballare. In questo caso la notte dà corpo al desiderio di essere vista, accompagnata e amata da un padre sempre troppo occupato. Il fantastico colma per qualche ora un’assenza e offre alla protagonista la vicinanza affettiva che le manca nella vita quotidiana.
In altri albi è l’intera casa a cambiare aspetto. In In punta di piedi di Christine Schneider e Hervé Pinel (Orecchio Acerbo, 2019), Clara e Bernardo si svegliano nel cuore della notte e scivolano fuori dal letto per raggiungere la cucina. La sinistra dimora dei nonni, con i ritratti degli antenati, i busti, i candelabri e gli oggetti misteriosi, corrisponde appieno all’idea della casa stregata. Negli angoli più bui, però, non si nascondono spettri, bensì un elefante, una tigre, un boa, alcuni pappagalli, koala e scimmie, tutti pacificamente confusi con la mobilia. In questo albo, il familiare e l’incredibile convivono senza soluzione di continuità e la sfida diventa quella di scorgere
la fauna mimetizzata. Sogno, allucinazione o bizzarra realtà? Non lo sappiamo, e neppure ci importa: le splendide immagini immerse nel blu della notte giocano con le nostre attese e ci invitano ad accettare l’incredibile come una delle possibilità del reale.
Un buon albo illustrato può dunque accompagnare i piccoli lettori nell’oscurità senza dissolverne il mistero: per esempio, può raccontare che di notte la certezza delle forme è sospesa e che la casa è il primo territorio dell’ignoto, insieme protettivo e perturbante. In altre parole, può mostrare alle bambine e ai bambini che ciò che inquieta può essere attraversato e infine abitato in un percorso che si fa conoscitivo e di crescita.
- Si indica la prima edizione italiana. ↩︎