di Filippo Mittino
Natalia Ginzburg racconta che, per molto tempo, da bambina e da adolescente, ha usato l’espressione “parlare di notte” per riferirsi all’attività della sua fantasia.
Aveva coniato questo modo di dire insieme alla madre che era preoccupata del fatto che gli altri potessero accorgersi che Natalia, anche di giorno, parlasse da sola.
Adulta ha scoperto la potenza di questa attività immaginaria non solo per il suo ruolo di scrittrice ma anche per la vita di tutti i giorni.
Quello che Ginzburg chiama “parlare di notte” non è solo un vezzo infantile: è un nome per qualcosa che facciamo tutti, ogni notte, senza accorgercene.
Perché la notte, spesso, è pensata come il regno della fantasia, dei sogni.
Quel luogo dove tutto è possibile perché scompaiono i controlli razionali del giorno. E, a volte, quello che accade in quel regno rimane lì. Pensate a quante volte vi siete svegliati ricordandovi di aver fatto un sogno ma non il suo contenuto.
Gli abitanti di questo mondo sono sia le paure che i desideri. Le prime si affacciano per essere viste meglio, a volte affrontate magicamente altre lasciate in sospeso, senza finale. I secondi vengono alimentati nel sogno, custoditi
nell’attesa che diventino realtà.
In entrambi i casi la nostra mente è attiva e tenta di rivivere qualcosa percepito nell’ordine del giorno per portarlo nell’ordine della notte e trasformarlo, dargli una nuova veste.
Stiamo scoprendo che i sogni hanno a che fare con il futuro, non tanto perché lo prevedono, quanto perché ci aiutano, attraverso la fantasia, ad affrontare in modo diverso paure e desideri già in qualche modo sperimentati nella vita
diurna.
Questo tipo di allenamento che la nostra mente fa durante la notte può farlo anche attraverso la lettura. I bambini, ma anche noi adulti, quando entriamo
nelle storie traslochiamo in un regno simile a quello del sogno dove la realtà portata da noi e la fantasia dell’autore si mescolano dando origine ad un luogo nel quale sperimentare e riconoscere emozioni.
Possiamo quindi dire che la lettura ci aiuta ad alimentare il nostro “parlare di notte” e quindi la nostra fantasia che, come ci ricorda Rodari, non è in antitesi alla realtà ma è una sonda per esplorarla meglio.
Un consiglio, allora: non chiedete subito a un bambino “cosa hai capito” di una storia appena letta. Lasciate che decanti, come si fa con un sogno di cui al mattino resta solo una sensazione. A volte il significato di un libro, come quello di un sogno, arriva giorni dopo, in un momento in cui la storia sembrava già dimenticata.